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23.06.2009
Gianalfonso d`Avossa  
Cittadino onorario di Venezia

Cittadino onorario di Venezia

Gianalfonso d’Avossa e’ nato a Torino,abita a Roma,New York e San Pietrobugo.
Vice Presidente della fondazione HLF (fondo mondiale per la vita) e’ anche membro del "board" della facolta’ dell’Universita’ di Stato di San Pietroburgo: "Smolny College of Liberal Arts and Sciences". Con lo scopo di rafforzare i legami culturali e sociali tra la Russia e l’Occidente, ha aperto a San Pietroburgo una fondazione intitolata al primo architetto di Pietro il Grande:"Trezzini Dom", di cui e’ presidente. Gia’ alll’epoca del suo primo viaggio in Russia, il 12 giugno 1992, fu colpito dalla grandiosita’ dell’anima russa, si innamoro’ della citta’ senza la preoccupazione di alcun rischio e rimase fedele alla cucina italiana.
Gianalfonso d’Avossa, Generale dell’Esercito italiano, si sente cittadino del mondo.

— Come e’ capitato in Russia?

— Quasi per caso. Fui invitato a una conferenza al Palazzo di Tauride,"Il cielo d’Europa :il secondo Rinascimento", all’epoca del compianto primo Sindaco eletto di San Pietroburgo, Anatoly Sobchak del quale divenni immediatamente amico. Come vede vi sono rimasto e per sempre (sorride). Certo, non potevo immaginare che questo grande Paese avrebbe talmente conquistato tutto me stesso. Gia’ dalla prima sera, - eravamo in piene "notti bianche"- mi allungai dall’albergo fino al LungoNeva per passeggiare senza conoscere nemmeno una parola di russo e avere l’idea di dove andassi.

— Un turbine di emozioni e la sensazione della liberta?

— Le emozioni furono fortissime e davvero tante. Scoprivo una nuova realta’ umana, avvicinandomi al ponte Dvorzovy mi imbattevo sempre di piu’ in guppi di san pietroburghesi, giovani, meno giovani, anziani, con i quali mi era facile scambiare con una occhiata anche una parola, un’impressione. Senza preoccupazione alcuna, guardando diretto nei loro occhi, accettai di bere assieme assaggiando la vodka che mi offrivano. Mi sentivo improvvisamente felice.

— Ma e’ stata veramente una cosi’ calda conoscenza?

— Assolutamente sì. Tutto mi appariva cordiale, pieno di spontanea colleganza umana e anche gioia. In nessuna altra parte del mondo, ne’ a Roma lungo il Tevere, ne’ a Londra lungo il Tamigi, ne’ a Parigi lungo la Senna, ne’ a New York lungo l’Hudson avrei accettato di bere con degli sconosciuti. Qui tutto mi sembrava all’improvviso piu’ vero, diverso, era una sensazione nuova, un altro modo di concepire il mondo. A proposito, non sa poi quante volte abbia attraversato a piedi La Neva gelata durante l’inverno, solo per il piacere di farlo.

— Tuttavia ha corso dei rischi. Lei e’ una persona che rischia?

— Sì,il rischio mi attira. La mia e’ un’antica famiglia napoletana che ha lottato per l’unita’ dell’Italia. Con grande slancio ho comandato il 19-o Artiglieria "Rialto", un reparto corazzato intitolato a Venezia; sono stato addetto militare a Bruxelles, dove ho avuto ottimi rapporti con il mio collega sovietico, un colonnello siberiano anch’egli proveniente dalle forze corazzate; sono stato fra i collaboratori principali, a Roma, del Capo di Stato Maggiore della Difesa italiana; ho comandato a Milano un famosissimo e glorioso reggimento di artiglieria corazzata, le "Batterie a Cavallo", che hanno combattuto con onore e a cavallo proprio in Unione Sovietica; ho avuto il comando dell’ "Ariete", uno dei simboli storici dell’Esercito italiano, la famosa divisone corazzata che si immolo’ nel 1942 a El Alamein in Africa settentrionale; ho diretto il Centro alti studi della Difesa italiana a Roma.

— Tutto cio’ impressiona. E’ stato anche il piu’ giovane Generale italiano?

— Si’, nel 1989. Ho pero’ dato le dimissioni dall’Esercito italiano nel 1996 - non mi considero cosi’ in pensione - dopo 42 anni dedicati al servizio del popolo italiano.

— Si e’ subito recato in Russia?

— Immediatamente, il giorno dopo le mie dimissioni. Ho lasciato Roma, dove da sempre abito e ho trovato le "tre finestre e il balcone" che cercavo, in una antica casa del XVIII secolo lungo la Neva, da dove si gode uno straordinario e bellissimo panorama. L’ho arredato con mobili di casa mia in Italia, alcuni piuttosto antichi e d’epoca che mi hanno sempre seguito nei miei spostamenti e che adesso resteranno per sempre qui in Russia.

— In quale stile e’ decorato il suo appartamento?

— In maniera abbastanza classica, europea. Ho invitato ad aiutarmi architetti e artisti di San Pietroburgo, di questa straordinaria Accademia delle Belle Arti che mi fronteggia oltre il fiume. Alcuni elementi del mio salotto riproducono nel soffitto l’immagine di Marte, antico dio della guerra e il camino riproduce il famoso "busto del Belvedere" al quale si e’ tanto ispirato Michelangelo. Sul pavimento del balcone e’ riprodotto, in mosaico, lo stemma della mia famiglia con il relativo motto modificato da mio padre dopo la seconda guerra mondiale: "Forza (nelle cose), Coraggio(nelle azioni), Intelletto (nei pensieri), Amore (nei sentimenti).

— Forza, coraggio, intelletto, amore — sembrano una combinazione ideale per un vero uomo.

— Grazie. Ritengo che questi valori spingono l’uomo ad andare sempre avanti.

— E a non fermarsi al risultato.

— Credo che sia cosi’. Giusto. Questo spiega anche perche’ mi trovi a San Pietroburgo. E’ qui che ha senso fondare il centro culturale: "La casa di Trezzini". E’ qua che assieme all’Universita’ di Stato di San Pietroburtgo e il Bard College dello Stato di New York, mi sento impegnato allo sviluppo e all’affermazione di questa nuova facolta’ di Arti Liberali e Scienze dello "Smolny College", che deve contribuire alla formazione della futura classe dirigente del Paese secondo una concezione democratica.

— Che cosa e’ per lei la Russia.

— Una straordinaria realta’animata da una creativa capacita’ realizzatrice. Vi regna un clima intellettuale e culturale in forza del quale la gente russa progredisce continuando a rispettare, vorrei dire venerare le grandi tradizioni del passato. Ho sempre pensato che la “nuova frontiera”, evocata dallo scomparso presidente americano Kennedy, potesse essere, fosse anzi proprio la Russia. In una visione allargata dell’Occidente e dell’Europa, da Vancouver a Vladivostok passando per l’oceano Atlantico e dove la Federazione Russa fosse coinvolta in condizioni di parita’ nella NATO, l’Alleanza Atlantica dei popoli liberi. Senza legami burocratici: e’ la burocrazia, secondo me, che uccide gli entusiasmi. In questo grande Paese sono proprio le risorse umane le migliori e piu’ significative.

— La citta’ di Pietroburgo e’ spesso chiamata la "Venezia del Nord". E’ d’accordo?

— Non del tutto. Certamente e’ una bella metafora. Venezia pero’ e’ una citta’ unica, se non altro per il fatto che non ci sono macchine. Verso di essa i miei sentimenti sono davvero speciali e fortissimi. Come non ricordare – e la medaglia d’Oro che ho in mano: "Veneziani gran signori, Padovani gran Dottori lo attesta – il 25 Aprile di trenta anni fa quando, in piazza San Marco, fu conferita la cittadinanza onoraria di Venezia al 19-o Artiglieria RIALTO di cui ero il comandante. E poi vi abitano amici carissimi e indimenticabili, come il conte Gilberto Arrivabene Valenti Gonzaga sposato con Bianca di Savoia-Aosta, padre di ben cinque figli e Arrigo Cipriani, uomo di grande carattere e titolare di quell’ "Harry’s Bar", famosissimo in tutto il mondo. Molto amati i suoi cocktails, Bellini e Rossini. Come si fa a dimenticarli? E poi il caffe’ e il cappuccino del Florian, il piu’ antico bar al mondo.  

— Ma dopotutto dov’e’ il suo cuore: in Russia, in Italia?

— Mi sento profondamente legato alla Russia, in modo particolare a San Pietroburgo. L’Italia di certo non l’amo di meno, e’ sempre nel mio cuore e poi sono e mi sento un Generale italiano. Non sono portato comunque a dare preferenze a una sola parte. Molti anni fa incontrai divenendo suo amico - aveva la mia stessa eta’ - Joseph Brodsky. La Russia per me era ancora lontana. Mi mise in guardia dall’intraprendere, se ne avessi avuto un giorno la possibilita’ come poi mi e’ accaduto, azioni di concerto con il potere. Cerco invece, nella mia azione quotidiana, di dimostrare che sia possibile, anzi e’ necessario, agire assieme a coloro che rappresentano ufficialmente il vostro grande Paese.

— Lei viaggia tanto. Questo fatto influenza le sue preferenze gastronomiche?

— No, non piu’ di tanto. In genere rimango fedele alla cucina italiana perche’ la trovo genuina, semplice. Mi piace assaggiare piatti nuovi, scoprire altri modi di cucinare. In Russia, ad esempio, amo molto i borsh di carne e pesce, le cotolette alla Kiev, i vostri pielmeni che si avvicinano agli agnolotti italiani.

— E i suoi piatti prediletti italiani?

— Importante per me e’ mangiare bene ma non troppo. Le mie origini napoletane mi fanno preferire la "pizza Margherita", anche pero’ il "fegato alla Veneziana" come lo cucinano qui a "Mama Roma", oppure il risotto con i funghi, la polenta, l’insalata mista, sempre condita con olio d’oliva (italiano!) e limone. E poi un buon vino. Mi diverto qui a fare il "nazionalista", anche se non lo sono affatto. Viva il Brunello di Montalcino, il Barolo piemontese, il Lambrusco emiliano in genere tutti i vini italiani!

— Un cuor suo, proprio le piace l’ospitalita’ russa?

— Davvero molto, di sicuro. La avverto sincera, calda, disinteressata, piena di umanita’ come forse e’ ancora in Italia. Non sono poi un buon cuoco e quando invito degli ospiti a casa mia, prego loro di preparare qualche cosa per me. Quando ci incontriamo fuori o e’ in un tipico ristorante russo oppure, forse il piu’ delle volte, un buon ristorante italiano.

 
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