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01.09.2008
Massimo Catalani  
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Massimo Catalani

Massimo Catalani, uno dei più interessanti pittori contemporanei d’Italia, è nato a Roma nel 1960. Ha trascorso l’intera infanzia tra libri, matite e pennelli nella libreria della sua madre. Già allora spiccavano le sue capacità creative. Finita la scuola media Catalani si è iscritto alla Facoltà di architettura. Nel 1988 è diventato membro dell’albo degli architetti a Roma. Ancora studente, mentre preparava la sua tesi di laurea, Massimo Catalani ha iniziato a sperimentare una tecnica mista di pittura, modellamento e decoro architettonico.

Ma proprio alla vigilia della discussione della tesi di laurea ha deciso di debuttare come pittore professionista e partecipare alla mostra, in cui ha esibito opere arte “irriverenti”, sia per il mondo dell’arte sia per il pubblico comune; si trattava di opere che raffiguravano piatti di pasta con zucchine, carciofi romani, cactus, peperoni.

Alla sua prima mostra personale Natura Picta alla galleria «Rome&Arte» il pittore ha stupito il pubblico con i suoi disegni di oggetti, a prima vista, del tutto comuni, però eseguiti con colori vivaci e decisi con l’ausilio di materiali insoliti. Utilizza per i suoi quadri sabbia, polvere di marmo, argilla, terra, alluminio, oro, pomice e tante altre cose. Da quel momento in poi Massimo Catalani fa, senza sosta, mostre personali e partecipa a diversi progetti artistici.

L’audace arte del creativo pittore italiano contemporaneo Catalani rispecchia con semplicità, ma nello stesso tempo con abile maestria, il mondo che ci circonda e quegli oggetti a cui noi, persone qualunque, non siamo abituati a dare importanza. Non dipinge oggetti, crea i loro ritratti, con una strabiliante precisione, svelando la loro essenza.

Nel 2002 e 2004 ci sono state due importanti mostre di Catalani a San Pietroburgo, che, senz’altro, hanno avuto una grande risonanza nelle vita culturale della città. La prima è stata dedicata agli ortaggi e alle rose e la seconda, dal titolo “Il gusto italiano”, ai prodotti veraci e succosi della cucina italiana.

— Massimo, nelle sue mani i grappoli d’uva, i pomidoro e le gocce di vino diventano delle vere e proprie opere d’arte. Come riesce a sentire la loro bellezza e a trasmetterla?

— A dire la verità questa capacità non l’ho avuta da subito. Francamente posso dire che per tanto tempo sono stato un architetto al lavoro e un pittore nell’anima. Dipingevo ogni minuto libero, nei giorni liberi, in estate e addirittura a Natale. Così è andata avanti abbastanza a lungo, finché mia moglie non ha perso la pazienza e ha iniziato a parlare di divorzio. Il risultato è stato che, cercando me stesso, avevo iniziato a perdere la famiglia. La scelta è stata difficile, ma praticamente immediata, ovvero lasciare il lavoro e dedicarsi al bambino. Poi ci sono stati anche dei vantaggi perché, tutto d’un tratto, avevo più tempo libero per il mio lavoro preferito. E col tempo è arrivata anche la sensibilità per i materiali.

— Lei utilizza una tecnica mista, usa materiali insoliti. Ha già una collezione di ricette, proprio come un cuoco?

— Io mi ritengo uno che cerca la natura di un nuovo quadro dentro di sé e non fa riproduzioni. Il fatto è che ho studiato all’Accademia dell’Arte e ho sempre ritenuto che la mia vera vocazione fosse l’architettura. Le due discipline sono sicuramente simili per certi versi, ma non si possono definire identiche. L’architetto dispone prevalentemente di nozioni d’ingeneria, è limitato nei modi e nelle diverse tecniche. Per il pittore, secondo me, sono molto più importanti immediatezza, spontaneità, intuitività. Ad esempio, la mia decisione di mettere sul quadro delle gocce di vino è stata estemporanea.

— L’intuizione e l’ispirazione. Dov’è il limite tra le due?

— Questo limite non esiste. E’ importante tanto l’una quanto l’altra. Ma se la prima è difficile da fissare, da sottomettere a noi, l’ispirazione, invece, si legge facilmente. Un uomo o un fiore, un ortaggio o un paesaggio, un pianeta o un’isola sperduta, ci sono tante possibilità di trovar qualcosa per se stessi! Nella nostra epoca di progressi tecnologici ed informatici esiste il pericolo di perdere la sostanza dell’essere umano stesso e la natura è la nostra salvezza. Un tema assolutamente inesauribile.

— Il pittore è ora la sua professione principale?

— No, direi piuttosto che è la mia vita. Faccio tutto in modo creativo, cucino, faccio i lavori di casa, passo il tempo con mio figlio. E tutto questo con grande amore.

— Dov’è il suo studio?

— A Roma. Questa città esercita una grande influenza su di me. Quando ci si trova tra i capolavori della cultura e dell’architettura, praticamente non è possibile vivere una vita “contemporanea”. A me piace cercare antiche forme, proporzioni, un linguaggio pittorico. Così instauro un dialogo con il colore e la forma del mondo che mi circonda.

— Lei è una persona creativa e coma tale è capace di forti emozioni? In quali momenti?

— Certo. Alle mostre per esempio. Una delle più difficili è stata per me Sento Terra, nel 1996, all’interno del Corrido Borrominiano St. Maria in Vallicella. Vicino ai quadri di Rubens e Guido Reni ho presentato i miei lavori, che potevano vedere tanto i cechi quanto i veggenti. Ho usato sabbia grezza per raffigurare il buio e sabbia soffice per raffigurare la luce. Si poteva leggere questi quadri toccandoli e, per una sera, ogni differenza tra la gente è sparita perché tutti riuscivano a provare emozioni insieme. Ricordo spesso questo meraviglioso avvenimento.

— Ci sono i posti dove ci piace tornare ogni volta. Lei ha un posto del genere?

— Veramente ce ne sono due di posti: la Russia e l’India. In realtà, è una grande gioia per me che la civilizzazione abbia inventato il riscaldamento, altrimenti non potrei venire da voi tanto spesso. Dobbiamo riconoscere che, per una persona che viene dall’Italia meridionale, in Russia fa troppo freddo. E poi avete pochi colori vivaci, ecco perché vi regalo rose, frutta e ortaggi nei miei quadri. Si tratta di una ricompensa originale, no?

— Esiste una cosa impossibile per lei?

— Certo. È impossibile non essere innamorato. Perfino nei momenti più difficili della vita. Altrettanto impossibile è disegnare la gente che non si ama, è come mangiare un piatto che si detesta.

— Quali sono le sue preferenze in cucina?

— Non sarò originale se dico che da vero italiano amo tanto la pasta. Preferisco le penne con pomodoro e mozzarella. Si spiega facilmente, dobbiamo far risalire tutto all’infanzia. Mi ha educato mia madre da sola; si è trasferita da Perugia e Roma quando avevo sette anni. Poiché le sue preferenze in cucina sono abbastanza tradizionali, in famiglia si è sempre cucinata la pasta. Abbiamo conservato questa abitudine, inoltre avevamo la libreria e per preparare il pranzo ci rimaneva poco tempo. A proposito, anche io da giovane cucinavo spesso e con piacere.

— Dunque Lei è anche uno chef?

— Sì. Di mercoledì, quando ricevo gli ospiti. Ci riuniamo per assaggiare un nuovo piatto e giocare a calcio. Talvolta da me si riuniscono fino a cinquanta ospiti.

 
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