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01.07.2009
La lupa capitolina  
Jackson Pollock "La lupa" Franco Angeli Pop Art Franco Angeli Pop Art Franco Angeli Pop Art Franco Angeli Pop Art Franco Angeli Pop Art Franco Angeli Pop Art Franco Angeli Pop Art Alexander Calder, "Romolo e Remo"

La lupa capitolina

La leggenda di un animale che ha allevato un cucciolo d'uomo, diventato col tempo un grande eroe, riempie pagine intere della storia antica mondiale. Ma soltanto alla lupa capitolina spettò il destino di diventare un simbolo conosciuto in tutto il mondo: il simbolo di Roma, della città eterna.
Attraverso i secoli da quest'immagine trarranno ispirazione diversi poeti e pittori. Ancora oggi è fonte dispirazione per gli artisti contemporanei. Per alcuni di loro la Lupa Capitolina rappresenta l'inizio di tutti gli inizi, uno input creativo che genera nuovi stili e orientamenti artistici, che nutre i pittori didee creative, così come una volta salvò i fondatori della città eterna.

Il vecchio monumento

Secondo la leggenda i futuri fondatori di Roma, i fratelli Romolo e Remo, furono salvati da morte certa grazie a una lupa. Il perfido re Amulio, temendo che i discendenti di Enea, figli di Marte, una volta cresciuti avrebbero usurpato il suo trono, ordinò di affogare i bambini nel Tevere.

La lupa li trasse in salvo dall'acqua e li allevò nutrendoli con il suo latte. Come tetto ebbero un albero di fico, mentre un picchio e una pavoncella portavano ai bambini da mangiare, finché non li prese con sé un pastore che passava lì vicino.

Da allora niente appaga tanto il sentimento patriottico dei romani, quanto l'immagine della lupa e dei due bambini attaccati al suo seno.

Un'immagine classica del simbolo della città eterna divenne la statua in bronzo fuso dal maestro etrusco Vulca, che risale al V secolo a.C. Per la prima volta ne fa menzione Plinio, il quale scrive che la lupa si trovava nel Foro Romano accanto al fico sacro.

Cicerone scrive, invece, che la statua della lupa si trovava sul colle Capitolino, una volta distrutto da un fulmine, inoltre descrive la scultura "di un bambino che si nutre del latte di una lupa". Anche se le figure di Romolo e Remo di quella statua furono aggiunte molto più tardi, ormai nel secolo XV, probabilmente dal maestro fiorentino Antonio del Pollaiolo.

Oggi questa composizione scultorea è conservata nei Musei Capitolini e la sua copia orna la piazza davanti al palazzo del Senato, dove si trova la sede del Comune di Roma.

Un ironico filo di metallo

Una delle più note immagini contemporanee della lupa è stata creata dallo scultore e pittore astratto statunitense Alexander Calder. Attualmente l'opera d'arte si trova nel museo Guggenheim di New York, anche se precedentemente è rimasto a lungo... nello studio del pittore!

Calder fu accolto nel pantheon degli avanguardisti del XX secolo grazie all'invenzione della scultura mobile, chiamate da Marcel Duchamp mobiles. Queste opere rappresentavano forme ritagliate e unite da un filo metallico, che avevano come funzione mostrare dove soffiava il vento.

Calder visse una vita abbastanza lunga, dal 1898 al 1976, ma si ritiene che il periodo massimo della sua arte fu tra gli anni 30 e 40, quando i suoi mobiles ottennero successo tra le elite dell'avanguardia parigina.

Proprio in quegli anni creò un circo meccanico in miniatura, dove gli animali, i clown e gli altri personaggi erano fatti di fili metallici e si animavano a mano, grazie alla rotazione di piccole maniglie.

La sua scultura Romolo e Remo fu creata nel 1928, ancora prima dell'avvento dei mobiles nell'arte di Cadler. L'opera fece tanto scalpore, ma... soltanto nel 1964, a una retrospettiva dedicata all'artista dal museo Guggenheim.

Lo stesso pittore ha commentato il successo della scultura in modo ironico: "Ho sempre pensato che questa fosse un'opera umoristica, ma solo ora vedo che assomiglia veramente a una bella scultura".

La scena leggendaria della lupa che allatta Romolo e Remo è rappresentata da Cadler in modo originale. La scultura della lupa è eseguita con un unico pezzo di fil di ferro, torto e ritorto in modo che la forma creata lasci una sensazione di vuoto. Le figure di Romolo e Remo ricordano contemporaneamente gli schizzi a penna e gli abbozzi a matita veloci che Cadler faceva negli anni 20 per i giornali. I capezzoli della lupa e i genitali dei gemelli sono fatti con maniglie di legno per le porte.

Così, sperimentando con nuovi materiali, Cadler studiava nella sua arte i reciproci rapporti tra il volume e la massa dello spazio a due e tre dimensioni, così attuali per l'arte del XX secolo.

Romolo e Remo fu una delle prime composizioni scultoree eseguite da Cadler con il fil di ferro, che diventerà in seguito il suo materiale preferito. La sua elasticità e la capacità di vibrare probabilmente ispirarono il maestro per la creazione dei famosi mobiles.

Il ritorno del totem

Anche una delle prime opere di un altro pittore americano, leader dell'espressionismo astratto Jackson Pollock è dedicata alla lupa capitolina.

Nel 1943 a Pollock fu commissionato un affresco in casa della padrona della galleria d'arte Peggy Guggenheim. Nella sua opera egli riunì i caratteri della scrittura insieme alla simbologia legata agli animali e ai totem. Così si presentava il suo famoso quadro famoso La lupa, che fu subito acquistato dal museo Guggenheim.

Disegnata in bianco e nero con linee pesanti, la lupa si muove verso sinistra. Il suo corpo è coperto da segni astratti, di una scrittura indecifrabile, che spazia su tutta la tela.

Questi misteriosi geroglifici, insieme ai colori macabri e all'incanto del mito, rispecchiano l'atmosfera degli anni di guerra. Promettendo una pronta risoluzione, i geroglifici restano, allo stesso tempo, pieni di significato e incomprensibili.

Cinque anni dopo Pollock sperimentò una nuova tecnica: iniziò a lavorare su enormi tele che stendeva sul pavimento e spruzzava il colore con i pennelli senza mai toccare la superficie della tela.

In seguito tale tecnica fu soprannominata del dripping, benché lo stesso Pollock preferisse chiamarla "dripping fluid painting". Proprio grazie a questa sua tecnica ricevette il soprannome di Jack lo Sgocciolatore.

"La mia pittura, - scriveva Pollock - non è in nessun modo legata al cavalletto. Soltanto una volta nella mia vita ho messo la tela sul cavaletto. Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell'opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente "dentro" al dipinto. Continuo ad allontanarmi dai tradizionali strumenti del pittore come cavalletto, tavolozza, pennelli, ecc. Preferisco bastoncini, cazzuole, coltelli e lasciar colare il colore oppure un impasto fatto anche con sabbia, frammenti di vetro o altri materiali.

Quando sono "dentro" i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di "presa di coscienza" mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l'immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c'è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene".

Quando Pollok disegnò La lupa non aveva ancora scoperto il dripping, ma l'astrazione di una forma libera e del gioco di materiali già facevano parte del suo processo creativo. Il passaggio alla tecnica dello sgocciolamento fu la logica continuazione delle sua ricerca creativa.

Anche se il legame di questo quadro con il culto degli animali, come nei totem e nel mito è evidente, Pollock, da vero avanguardista, non volle riconoscere che si era ispirato proprio dalla lupa capitolina e lasciò a noi la libertà di interpretare le sue opere.

"La lupa è apparsa, - scriveva l'artista, - perché dovevo disegnarla. Ogni mio tentativo di dire qualcosa a proposito, spiegare l'inspiegabile, avrebbe solo potuto impedirlo."

La lupa nella Pop Art

Dopo aver creato il quadro La lupa raggiunse la notorietà anche il più importante rappresentante della Pop Art italiana, Franco Angeli.

Franco Angeli nacque a Roma nel 1935 da una famiglia di modesta estrazione sociale, ma dai solidi principi socialisti e antifascisti. Rimasto orfano in giovane età tentò diversi mestieri: lavorò come corriere, come aiutante di un barbiere, lavorò perfino in una lavanderia... Ma il suo potenziale creativo richiedeva una via d'uscita e, nel 1957, nacquero le sue prime opere d'arte.

Nelle opere di Angeli si vede l'indelebile impronta dei ricordi della sua infanzia, in cui visse tutto l'orrore dei bombardamenti di Roma del 19 giugno 1943. Allora centinaia di caccia bombardieri lanciarono per un giorno interno bombe sul quartiere San Lorenzo, radendolo al suolo.

La conseguenza fu il caos totale: fumo, macerie, tremila morti e almeno seimila feriti. Non a caso nell'arte di Angelli molto spesso il colore rosso è dominante e nella creazione dei suo quadri si può riscontrare un largo utilizzo della garza.

La notorietà giunse per Franco Angeli dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1964, dove presentò due quadri, La lupa e Quarter dollar.

Dopo poco tempo Angeli divenne l'incontrastato leader della Pop Art italiana. Nelle sue opere sono spesso presenti dei simboli ideologici come aquile, stelle, falci e martelli, dollari; un simbolismo per ripensare la realtà. I cliché ideologici possono mutare nel tempo, invece il pittore conservò la sua fedeltà alla lupa per tutta la vita, dedicandole più di una decina di opere.

 
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01.09La lupa capitolina
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